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L’ ERMETISMO E LA SCUOLA
ERMETICA
Il termine ermetismo fu coniato in Italia dal Francesco Flora, che intitolò
un suo saggio del 1936 La poesia ermetica. Con l’aggettivo ermetica, usato
inizialmente in senso negativo, si indicava una poesia difficile, che
partendo della poetica della parola di Ungaretti portava all’estremo l’uso
dell’accostamento analogico, risultando oscura e riservata a pochi iniziati.
L’aggettivo ermetici fu usato in senso lato per accomunare i poeti operanti
fra le due guerre, da Ungaretti a Montale a Quasimodo. Indipendente dalla
disputa, pur riconoscendo che numerose furono le differenze tra i singoli
autori, è possibile identificare alcune costanti della poesia ermetica,
almeno sul piano del rapporto con la tradizione. Infatti la retorica
Dannunziana e il fascismo spinsero numerosi giovani poeti alla ricerca di
una parola “pura” cioè liberata dalla contaminazione esterna ed estranea
alla letteratura e all’arte. Il poeta, in altri termini, dopo la violenza
della guerra, si convince che ogni verità divulgata ha ormai perso il suo
significato e che, se poesia può ancora esistere, questa non potrà che
nascere dall’ auscultazione solitaria e angosciata della propria
interiorità. Questa fuga produce come prima conseguenza, una lirica che non
si preoccupa di svelare della propria ispirazione né di essere comunicativa,
è strettamente ambigua e fortemente polisemica. Da un punto di vista
stilistico questo atteggiamento ebbe come effetto una poesia concentrata
sulla parola, talora anche gli oggetti (è il caso di Montale), perché solo
la parola con la sua capacità di suggestione sembra possedere la forza di
spingersi nella verità. Il verso della poesia viene distrutto. Gli ermetici
guardano all’ esperienza dei simbolisti dell’ Ottocento (soprattutto
Mallarmè) infatti sembra solo che rielaborando e piegando alle loro esigenze
quegli strumenti, come l’analogia e il simbolo, che soli appaiono in grado
di introdurci nella realtà misteriosa della conoscenza.
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GIUSEPPE UNGARETTI
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In memoria |
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Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
Di emiri di nomadi
Suicida
Perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
E mutò nome
Fu Marcel
Ma non era Francese
E non sapeva più
Vivere
Nella tenda dei suoi
Dove si ascoltava la cantilena
Del Corano
Gustando un caffè
E non sapeva
Sciogliere
Il canto
Del suo abbandono
L’ho accompagnato
Insieme alla padrona dell’albergo
Dove abitavamo
A Parigi
Dal numero 5 della rue des Carmes
Appassito vicolo in discesa
Riposa
Nel camposanto d’Ivry
Sobborgo che pare
Sempre
In una giornata
Di una
Decomposta fiera
E forse io solo
So ancora
Che visse. |
ANALISI TESTUALE
La lirica apre la sezione Il porto sepolto
(1916), come si evince dal titolo il poeta ricorda nella sua gioventù
un suo compagno di studi Moammed Sceab si narra che in quel periodo il
poeta aveva compiuto le sue prime esperienze culturali (Baudelaire,
Mallarmè, Verlaine). Ma quando il compagno di studi aveva seguito il
poeta da Alessandria d’Egitto a Parigi, andando a vivere nel medesimo
albergo Egli si suicidò per essere strappato dalla terra di origine.
Il poeta colpito dal gesto di Moammed
percepisce e affronta il tema doloroso della perdita d’ identità, cioè
dell’incapacità dell’esule di identificarsi in una patria, in uno
popolo. Qua l’autore rende immortale il ricordo dell’amico e lo mette
in legame psicologico a Baudelaire. La sintassi è caratterizzata da
uno stile secco privo di punteggiatura, con un andamento molto lento
sinonimo di tristezza. |
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Veglia |
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Un’intera
nottata
buttato
vicino
a un
compagno
massacrato
con la
sua bocca
digrignata
volta al
plenilunio
con la
congestione
delle sue
mani
penetrata
nel mio
silenzio
ho
scritto
lettere
piene d’amore
Non sono
mai stato
tanto
attaccato
alla vita |
ANALISI TESTUALE
La poesia, tratta dal porto sepolto (1916)
è composta in trincea un giorno prima della vigilia di natale del
1915, costituisce anche una pagina di diario e racconta la dolorosa
esperienza della guerra dal poeta nel Carso. Da come si vede dalla
metrica la poesie è divisa in due parti; la prima è costituita sul
violento contrasto fra la tragica esperienza della morte (nella notte
trascorsa vicino il cadavere dell’amico) e il sentimento d’amore e di
attaccamento alla vita suggerito da quella realtà. La contrapposizione
tra la vita e la morte è messa in evidenza dalla struttura del
componimento. |
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Fratelli |
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Di che
reggimento siete
Fratelli?
Parola
tremante
Nella
notte
Foglia
appena nata
Nell’aria
spasimante
Involontaria rivolta
Dell’uomo
presente alla sua
Fragilità
Fratelli |
ANALISI TESTUALE
La lirica non affronta il tema della
guerra ma piuttosto quello della solidarietà umana infatti è costruita
intorno alla parola chiave “fratelli” che apre e chiude la poesia. La
fratellanza diventa l’unica speranza di “involontaria rivolta”
superare la precarietà della vita. Gli spazi bianchi e le pause
scandiscono un verso dall’altro e isolano le parole rendendo sempre
più puro il significato. |
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Allegria di naufragi |
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E subito
riprende
il
viaggio
come
dopo il
naufragio
un
superstite
lupo di
mare
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ANALISI TESTUALE
Il nucleo tematico della lirica è espresso
nel titolo passato poi all’intera raccolta pubblicata nel 1919. Il
titolo è composto da un evidente ossimoro in cui si contrappone il
naufragio cioè il dramma e la sofferenza della vita all’allegria che
rappresenta la voglia di ricominciare a vivere. |
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Soldati |
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Si sta
come
D’autunno
Sugli
alberi
Le foglie
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ANALISI TESTUALE
La brevissima lirica fu composta nel
luglio del 1918 mentre Ungaretti combatteva sul fronte francese. La
vita dei soldati in guerra, continuamente minacciata dalla morte,
suggerisce al poeta un paragone con la fragilità delle foglie in
autunno. Il titolo Soldati lega il tema tradizionale a una situazione
particolare: quella del soldato dove la vita è messa ogni attimo in
pericolo. Il verbo impersonale (Si sta) suggerisce che la vita del
soldato può essere considerata emblema della vita di tutti gli uomini
continuamente minacciata dalla morte. |
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I fiumi |
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Nella prima parte della
poesia il poeta descrive sè stesso immerso nella sua condizione
esterna, ambientale, presso una dolina, una formazione tipica del
paesaggio carsico, una cavità di forma approssimativamente circolare
che si è creata ad opera dell'acqua che scorre o precipita sulla
roccia calcarea. Quindi descrive il suo stato d’animo di reduce dalla
guerra. Disteso nel letto del fiume Isonzo si sente come una reliquia,
un frammento superstite di un resto mortale, si sente come uno dei
sassi levigati su cui cammina con movenze d'acrobata, sotto il sole,
il cui calore benefico riceve con la stessa familiarità di un beduino.
Ora affidato alle “mani” amorevoli dell’Isonzo il poeta si riconosce
parte dell’universo, cosciente che il suo rammarico è frutto sempre di
una disarmonia con il creato. Le acque del fiume lo lavano e lo
purificano e gli danno una rara innocente felicità. Ungaretti rammenta
i fiumi che hanno accompagnato la sua vita. Il Serchio, fiume della
toscana, dove ha attinto l’acqua la sua stirpe. Il Nilo, che lo ha
visto nascere e crescere adolescente. La Senna, il fiume di Parigi,
dove il poeta ha conosciuto se stesso. Il ricordo di questi fiumi
affolla la memoria nostalgica dell'uomo, ora che la sua vita è oscura
e che sembra una collana di tenebre, perché le tenebre della notte
evocano l’immagine di una vita piena di incognite, racchiusa in un
cerchio oscuro di timori e di presagi di morte. |
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